Oasi Le Mortine Sviluppo Sostenibile

DESCRIZIONE E CENNI STORICI

Situata lungo il breve tratto del fiume Volturno che segna il confine tra Molise e Campania, L’Oasi Le Mortine occupa una lanca fluviale artificiale creatasi in seguito alla costruzione di uno sbarramento per la produzione idroelettrica. L’insieme degli ambienti acquatici è circondato da uno dei boschi igrofili (salici, pioppi, ontani) meglio conservati d’Italia, originariamente di circa 100 ettari (purtroppo intaccato da tagli indiscriminati), di cui l’oasi rappresenta un frammento intatto da almeno 50 anni.
In quest’area, compresa tra le Mainarde e il Matese, il Volturno penetra una fitta coltre boschiva igrofila, frazionata dai rami secondari del fiume che circoscrivono isole impenetrabili dalle caratteristiche uniche; in corrispondenza dello sbarramento Enel si allarga, e le sue acque lente favoriscono lo sviluppo di un canneto che borda anche le sponde del bacino di regolazione.

La vegetazione che un tempo abbracciava l’intero corso del fiume è, in questo tratto, ancora ben conservata: si possono osservare tipici popolamenti ripariali formati da esemplari idrofiti ed elofiti, da vegetazione di greto, da arbusteto e, soprattutto, da bosco igrofilo. Il canneto a Phragmites australis e il tifeto bordano le ripide rive dell’invaso di regolazione Enel e si sviluppano in piccoli lembi nel contiguo bacio antistante lo sbarramento del Volturno.

Nei fossi e nei canali che tagliano il bosco e nei specchi d’acqua effimeri è presente flora semisommersa: giunco, sparto, nasturzio e veronica. I salici affondano le loro radici nel greto creando isole di vegetazione che contrastano l’erosione; il salice da ceste, il salice rosso e il salice bianco dominano il bosco allagato insieme al pioppo bianco e all’ontano nero. Nei margini esterni più asciutti compaiono ornielli, olmi, aceri campestri e qualche esemplare di farnia, residuo delle antiche selve planiziali che si estendevano sulla Piana di Venafro.
Il bacino lacustre e il bosco costituiscono l’habitat ideale di una fauna acquatica diversificata, soprattutto in inverno e nelle stagioni di passo, grazie alla loro posizione sulle rotte migratorie: in primavera vi nidificano germani reali e gallinelle d’acqua, folaghe e svassi maggiori; vi svernano moriglioni, fischioni, alzavole, marzaiole, morette, codoni, e ancora, l’airone cenerino, l’airone rosso, e la garzetta, il tarabusino e il cavaliere d’Italia. Tra i rapaci si incontrano il nibbio bruno, la poiana, l’astore e il gufo di palude.
Nei pressi dell’oasi si trova Venafro, città di origine preromana con caratteristico centro storico, circondata da antiche ed estese coltivazioni di olivo che si spingono verso l’alta valle del Volturno, una zona di grande interesse paesaggistico e naturalistico, costellata di borghi incastellati.

Capriati a Volturno, pittoresca cittadina alle falde del matese, è la porta del Parco Regionale del Matese campano, in prossimità del quale si trovano altre oasi WWF come quelle di Bosco San Silvestre, Guardaregia-Campochiaro, Oasi delle Abetine.

Curiosità

I BORBONI  E  LE  REALI  CACCE

Con l’avvento dei Borboni la destinazione di parte del territorio del Regno di Napoli fu condizionata dalla passione venatoria di Carlo III. Vennero infatti istituite numerose riserve di caccia ad uso esclusivo del sovrano.
Le “reali cacce” costellavano, alla fine del ‘700, il territorio della valle del Volturno.

Sul lato sinistro del corso del fiume si trovavano:

la reale caccia di Venafro (Torcino e Mastrati)
la reale caccia del Boschetto
la reale caccia delli Mallardi detta il Boscarello
la selva di Alife
i boschi del Mazzocco e della Caldara
la reale caccia di Monte Mauro
la reale caccia di Cerquacupa e di Monte Caro detta anche reale caccia dei Cerbiatti
la reale caccia di Monte Longano
la difesa di Carditello

Sul lato destro:

la reale caccia della Spinosa
la reale caccia di Selva Nuova
la reale caccia di Monte Grande
le reali fagianerie comprendenti quelle di Sarzano, del Mazzone e di San Giovanni a Truono
il demanio di Calvi
la reale caccia di Mondragone

Storia TORCINO E MASTRATI

 

Non si può indagare compiutamente sulla storia della fauna del Matese senza prendere in considerazione questa sua appendice naturale posta nella piana tra Venafro e Capriati.
Venafro, la cui stessa etimologia sembra ricordarlo, è sempre stata legata alla caccia ed alle “fiere” che abitavano i suoi boschi.
Tale fama ricevette, nel XVIII secolo, un riconoscimento “ufficiale” grazie alla vicinanza del bosco di Torcino e Mastrati (così detto dal nome di due antichi villaggi diruti).
Carlo III di Borbone, infatti, acquisì il bosco di Torcino per adibirlo a riserva di caccia. Probabilmente se ne era già invaghito fin dal 1734 quando, infante di Spagna e duca di Parma e Toscana, mentre l’esercito spagnolo dirigeva su Napoli occupata dalle truppe imperiali, egli si dedicava alla caccia tra Alife, San Germano e Maddaloni.
Il figlio Ferdinando IV incrementò il tenimento con l’acquisto del feudo di Mastrati.
A causa del famigerato “miglio di rispetto”, il divieto di caccia si estendeva anche alle seguenti località limitrofe alla tenuta:

– nella parte superiore: le Mortine di Laurenzana, la Masseria di Rossi, Cervarecce, il Ponte di Capriati, Pilella, Noce dell’Isola, Selvozza, Cesa del Gallo, Ponte romantico, Masseria della Corte, Grotte di Ciorlano;

– nella inferiore: la Masseria Lucenteforte, Andrioli, le fontane o Pantanello, Pontenuovo, il Molino di Sesto, Chiusa, il Pizzone ed il Ponticello sotto Presenzano.

Per poterla raggiungere più agevolmente Carlo III fece proseguire fino a Venafro la rotabile che collegava la capitale con Capua e costruì il ponte sul Volturno chiamato “ponte reale”.

Ponte Reale Ph Hackert

Il quadro è firmato e datato: Ph. Hackert, pinx Caserta 1786.

Sul ponte, nelle parte più alta, sta il re Ferdinando IV che spara verso i cinghiali. Ai suoi lati due file di fucilieri.

I cinghiali vengono costretti dai battitori ad entrare nel Volturno dove una rete tesa da una sponda all’altra impedisce loro di sfuggire ai colpi.

In seguito, l’antica casa dei Coppa venne trasformata in un piccolo palazzo reale commettendone gli affreschi a Francesco Celebrano (1729 – 1814) che vi dipinse “Le Cacce” oggi purtroppo andati perduti.

La reale caccia di Venafro portò notorietà ed indubbi vantaggi alla cittadina non fosse altro per le strutture realizzate e perché ogni anno vi giungeva la corte con un folto seguito di persone di ogni rango.

Meta di personaggi reali anche durante il breve governo francese la restaurazione borbonica vide Ferdinando I e Francesco I continuare, sebbene a lunghi intervalli, la tradizione di famiglia; ma Ferdinando II, preso da tutt’altri interessi che non quelli venatori, abolì la riserva, e ne fece dissodare una vasta zona. Vittorio Emanuele II, dopo la giornata del Garigliano, si recò a visitarla -il 7 Novembre 1860- rimanendo colpito dalla bellezza dei luoghi e della varietà dei panorama. L’impressione che ne ricevette e la non smentita fama di “re cacciatore” fecero si che iniziasse ad accarezzare l’idea dell’acqisto. Vi tornò nel Febbraio del 1872 in compagnia del principe Federico di Prussia, nipote dell’imperatore Guglielmo, probabilmente per essere confortato da un autorevole parere. Fu così che, per assecondare i reali desideri, lo Stato Italiano mise in vendita Torcino e Mastrati. L’asta fu celebrata il 20 Ottobre 1872 nell’Intendenza di finanza di Campobasso. Rimase aggiudicata per 660.800 Lire alla banca Italo-Germanica, che a sua volta con atto pubblico rogato in Campobasso dal notaio Enrico Pistilli il 4 Novembre dello stesso anno dichiarò di aver fatto l’acquisto per conto e nell’interesse del patrimonio privato del re. Il notaio Pistilli, avendo rinunciato all’onorario dovuto per la stipula dell’atto, ricevette in dono da Vittorio Emanuele II un bellissimo remontoir in oro ornato delle lettere iniziali del nome reale, con catena e sigillo. Di questo periodo abbiamo una suggestiva descrizione della tenuta redatta dal Rosati, capitano di sua maestà.

Nota

La Reale Tenuta di Torcino e Mastrati in quel di Venafro venne acquistata da Carlo III. La sua estensione è di circa ettari 1.000 tra il coltivatorio e la selva ed il perimetro che la circoscrive è di quasi miglia 20 pari a chilometri 39,39. Il bosco è porzione della pianura ed il rimanente si prolunga in una catena di monti e colli, gli alberi che vi allignano sono le querce, i cerri, i pioppi, gli olmi, gli aceri, il pero, il melo etc. Il Volturno per la più grande parte ed i fiumicelli Sava e Lete ne circondano la vallata.

Si penetra nella tenuta per un sontuoso ponte chiamato Ponte Reale eretto dal cennato Re. Torcino e Mastrati due paesi ormai distrutti e sono rinchiusi nell’attuale tenuta hanno lasciato il nome alla Reale Riserva. Vari fabbricati, tortuosi viali ed ameni ruscelli interni grandemente adornano questo bel sito di caccia. A pochissima distanza dal Barraccone o Casino di Torcino, si ammira una specie di circo costruito per la cosiddetta caccia “sforzata” che facevasi a cavallo: provocati dai cani i cinghiali entravano impetuosamente nel recinto murato ed ivi a colpi di lancia erano atterrati. Il bosco abbonda di cinghiali della più bella specie, di capri, lepri, volpi, lupi nonché di molti volatili come beccacce ed anitre selvagge di inverno e di starne e pernici nell’està.

Molte cacce vi furono fatte negli scorsi tempi da diversi sovrani cioè da Carlo III, da Ferdinando IV, da Gioacchino Murat, da Francesco I, da Ferdinando II. Gli illustri cacciatori si trattenevano per vari giorni nella casina reale di Venafro ove pernottavano ed il mattino si recavano al bosco per la caccia. Anche il nostro prode Re Vittorio Emanuele nel dì 7 novembre del 1860 dopo la battaglia del Garigliano muovendo da Sessa onorava di sua presenza quel mentovato bosco ove si divertì alla caccia per più ore. Rimase sì fattamente impressionato da questa riserva che fra i primi beni assegnati alla lista civile mostrò desiderio di averla.

Sua Altezza Reale il Principe Umberto vi venne due volte: la prima nel gennaio 1870 e la seconda nel marzo 1871, in entrambe pernottò al Barraccone stesso ove s’aggiustarono alla miglior maniera gli alloggi per la prelodata Altezza Reale e per i nobili cacciatori del suo seguito. Le cacce che vi dette riuscirono brillantissime. La prima volta partì da Napoli accompagnato dai Principi di Gesualdo e di Piedimonte, dal cavalier Maurizio dei Baroni Barracco, dal cavalier Giovanni de Sangro, dai generali Pallavicino e Strada e dal maggiore Montabono. Furono eseguite quattro cacce nei giorni 7, 8, 9 e 10 gennaio e morì la seguente selvaggina: lupi 4, cinghiali 17, capri 17, lepri 6, volpi 2, beccacce 22, beccaccine 2, pernici 2, totale 72. Nel primo giorno si battettero quei punti del bosco conosciuti coi nomi di Selvotta e di Colle Torcino nonché l’altro chiamato le Navi ove morirono i cinghiali più grossi e feroci. Nel secondo giorno il Selvone e la Grande Mortina, nel terzo la Mena nuova di San Nicola e si ripigliava una parte del Selvone. Nel quarto si ripeterono le battute del primo giorno. Le beccacce furono uccise nella Mortina della Colonna a poca distanza dal Volturno ed i lupi nel Selvone. La seconda volta che Sua Altezza Reale onorò questa Riserva fu, come dicemmo, nel mese di marzo 1871, venne da Roma accompagnato dai signori romani Principe di Teano, conte Cini, signori Silvestrelli, Mura e Pandolfi nonché dal Direttore Generale delle Reali Cacce conte Baldelli, dal marchese di Incisa, dai conti Taverna e Bertola e dal conte polacco Broblisky, ai quali si aggiunsero, provenienti da Napoli, il principe di Gesualdo, il cavaliere Maurizio dei Baroni Barracco, il marchese Pallavicino ed il cavalier Giovanni de Sangro. Si dettero due cacce nei giorni 7 e 8 del predetto mese e morirono i seguenti animali: cinghiali 34, caprioli 6, lepri 2, volpi 2, martore 1, beccacce 2, falconi 1, totale 49. Le battute furono quelle del 1870 e malgrado che la stagione fosse già avanzata pure le due cacce riuscirono bellissime e i signori romani rimasero lietamente meravigliati e della bellezza del posto e del prodotto delle cacce. Questa riserva di per sé stessa importante acquista ora maggior pregio con la residenza della reale famiglia in Roma, Torcino non dista che cinque ore e mezzo dalla capitale: ore quattro con treno celere da Roma a Caianello ed un’ora e mezzo in carrozza da Caianello al Barraccone. Sempre che non si voglia ancor più risparmiare tempo costruendo un tronco di ferrovia da Caianello a Venafro, aspirazione di tutti i naturali di quei paesi che farebbero qualunque sacrificio per ottenerlo.
Si potrebbe abbreviare ancor di più il viaggio costruendo un ponte, simile al ponte reale sul Volturno, all’estremità opposta del bosco e propriamente alle Mortine di Mastrati che corrispondono a Presenzano e quindi ad un terzo d’ora di cammino dalla stazione di Caianello.
La tenuta di Torcino è custodita da un Luogotenente di caccia, da un sergente, da due caporali e da nove guardie, tutti a cavallo. Ma detta forza è insufficiente per frenare le contravvenzioni di caccia e forestali che ogni giorno avvengono, specialmente le ultime. I naturali di Venafro, sia detto a loro lode, sono i soli che rispettano scrupolosamente questa riserva per la quale hanno una specie di culto. Fra le tante contravvenzioni che si sorprendono nel corso dell’anno vi è da scommettere con sicurezza che non avvenne alcuna a carico di un venafrano. I contravventori alla caccia sono per lo più dei comuni di Sesto Campano e di Ciorlano, quelli forestali di tutti i paesi della vicinanza. La guardiania è divisa nei due punti principali della tenuta: al Barraccone ed a Mastrati, ma per ben custodire questa riserva ci vorrebbe un terzo posto sulla montagna e precisamente nel punto chiamato Formicone.
I cinghiali di Venafro sono della più bella specie che forse sia in Italia: di pelo grigio, di grosse sanne, di istinto feroce, essi nei momenti di “rostra” non lasciano di destare una certa emozione tra i cacciatori e di mandare indietro molti cani feriti.
Il lupo è comunissimo in Torcino specialmente nel verno, si nasconde a preferenza nel più forte del Selvone. Di notte però non si astiene dal recarsi urlando sin sotto alle finestre delle guardie al Barraccone di dove fugge poi inseguito dalla immensa schiera di cani da mandria che ivi dormono al sereno.
In una delle notti poi in cui S.A. Reale il Principe Umberto si trovava in Torcino per le cacce tutti gli invitati furono desti da questa musica importuna: erano tre lupi che si erano avvicinati di troppo all’abitato. Pagarono il fio della loro tracotanza perché vennero uccisi nelle battute del giorno dopo.
Anche il caprio di Torcino è della più bella razza e la carne è squisitissima.
Il bosco di Torcino è talmente folto e selvaggio che la banda del famoso brigante Fuoco vi ebbe stanza per molti anni senza potervi essere sorpresa malgrado che nei due posti di Torcino e di Mastrati vi fossero accasermati distaccamenti di truppa regolare che facevano continuata perlustrazione in compagnia delle Guardie caccia reali le quali poi erano oggetto di odio profondo per quei briganti i quali scorgevano in esse le guide dei soldati. E in effetti parecchie volte le povere Guardie caccia si intesero colpire a tradimento da dietro a qualche macchia. Ma ora che il feroce bandito venne ucciso con i suoi compagni quella riserva reale è ritornata nell’abituale sua calma e vi si può accedere con tutta sicurezza sì di giorno che di notte.